di Dario De Seppo

I criteri con cui definisco Munich un bel film saranno forse dettati più dalla passione che dalla ragione, ma d’altronde non si può negare che l’obiettivo del cinema (come del teatro, e della musica) è quello di emozionare, di coinvolgere. Credo che Spielberg ci sia riuscito, almeno per quanto mi riguarda. Oltretutto Munich mi ha dato da pensare, mi ha instillato su questa complessa e delicata questione dubbi ancora più forti di quanti già non ne avessi.
La trama è incentrata non sul rapimento e sull’uccisione degli atleti israeliani a Monaco da parte dei terroristi arabi, ma sulla vendetta d’Israele che ne è seguita, vissuta in prima persona dall’uomo scelto a condurla.
Sarebbe stato facile per un americano ebreo come Spielberg dividere il mondo in buoni e cattivi. (Ricordiamo che il cinema americano è da sempre improntato su questa dicotomia: John Wain- indiani; poliziotti-gangsters; uomo assetato di vendetta – tutti gli altri; soldati americani – vietnamiti…e così via). In questo modo avrebbe presentato i terroristi arabi come macchine assetate di sangue, e su di loro avrebbe fatto calare la “giustiziaâ€? israeliana. Ma, attenzione, sarebbe stato anche semplice per un regista filo-palestinese presentare i terroristi come eroi e giustificarne le azioni. Ci troviamo invece in un una posizione di mezzo, che in mezzo è solo di media, visto che oscilla da una parte e dall’altra lungo tutto il film.
L’impostazione della narrazione viaggia per mano all’evoluzione del protagonista, partendo quindi dal rapimento degli ostaggi, dalla presentazione delle efferatezze compiute dai terroristi palestinesi, a volto coperto: macchine senza volto, appunto, non uomini. La condanna dell’evento è totale. Ma più in là , la posizione risulterà sempre più sfumata, per finire quasi rovesciata.
La costruzione della vicenda di Monaco, spezzata in varie parti che riemergono in flash-back dalla mente del protagonista, porta mano a mano a rendere i palestinesi sempre meno assassini e sempre più persone, impaurite, non del tutto convinte di quello che fanno, e al contrario gli Israeliani, nell’ultima scena su Monaco, all’aeroporto, con percorso inverso, si trovano ad essere loro macchine da guerra, a loro volta senza volto.
E’ questo l’andamento del plot e l’evoluzione del personaggio. Inizialmente Il protagonista è convinto che sia giusto uccidere gli architetti dell’attentato, ma la sua ricerca lo porta ad avere con loro dei rapporti umani, a parlare con persone che lui sa che dovrà uccidere. Si trova davanti, appunto, delle persone, degli uomini: un anziano traduttore che fa la spesa, un gentile vicino di stanza d’albergo che gli offre delle pastiglie contro l’insonnia, un padre di famiglia…
La scena più delicata, forse, è il momento in cui terroristi palestinesi e vendicatori israeliani si trovano a dover convivere forzatamente, dormendo in una stanza, metafora della difficile convivenza, ma possibile, però, finchè si mantiene il dialogo tra i due capi dei gruppi (l’arabo non sa che l’altro è un ebreo) che espongono le proprie ragioni. Probabilmente la scena poteva essere spunto per riflessioni più profonde, ma di certo avrebbe distolto l’attenzione dall’azione, e sarebbe risultata forse troppo scontata. Buona quindi l’idea del muto litigio sulla scelta della stazione radio da ascoltare. Il dialogo si polverizza in una sparatoria, poco dopo, in cui l’arabo muore. E’ evidente che la violenza non è la via della risoluzione.
I dubbi si addensano nella mente del protagonista e in quella dei suoi compagni, gruppo eterogeneo, formato anche in questo caso da uomini, con idee e ripensamenti.
Fondamentalmente Munich è un film di spionaggio. Ma il fatto che sia una vicenda realmente accaduta rende tutto molto più complicato per lo spettatore. Ogni omicidio, ogni attentato, ogni esplosione ci scuote, nonostante la storia del cinema sia zeppa di morti violente, sangue e ogni genere di efferatezze. Perché Spielberg è abile nel ricordarci continuamente che si tratta di orribili verità , soprattutto nell’esitazione nervosa che accompagna l’uccisione dei primi obiettivi. Ancora una volta emerge l’umanità tangibile dei personaggi, degli uccisi e degli uccisori, i cui ruoli si confondono fino a non capire più chi ha iniziato. A mano a mano i protagonisti si abituano al “lavoro� rischiando di diventare i personaggi di un qualsiasi film americano improntato sulla vendetta. Uno di loro in effetti lo è dall’inizio, e per ironia della sorte sarà l’unico dei quattro compagni di Avner a non soccombere.
Ma nel lungo finale il protagonista si rende conto di essersi abbassato alla logica di “occhio per occhio�, che peggiora solo le cose, vendetta chiama vendetta, sangue chiama sangue. Così è difficile per lui essere trattato come un eroe, mentre inizia a pensare di essere solo un volgare assassino.
Ho apprezzato anche molto la fotografia, e l’abilità di costruire scene ad alta tensione, come quella della bomba nel telefono, con sapiente montaggio hitchkockiano. Del resto di un film di spionaggio, ripeto, si tratta.
Non mancano certo momenti imbarazzanti, pericolosi, ma in generale sono uscito dal cinema soddisfatto dall’insoddisfazione di non avere avuto risposte.
DdS