Celluloide


di Fede*

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“La corruzione accusa… La corruzione? La corruzione è l’intrusione del governo con le sue regole nei rendimenti del mercato. Questo dice Milton Friedman. Ha avuto un dannato premio Nobel. Abbiamo leggi contro tutto questo proprio per potercene liberare. La corruzione è la nostra protezione. La corruzione ci tiene al sicuro e al caldo. La corruzione è la ragione per cui io e te andiamo in giro dandoci delle arie invece di batterci nelle strade per degli avanzi di carne. La corruzione… è la ragione della nostra vittoria.” Due personaggi secondari pronunciano queste parole, una forte chiave di lettura del film, ma riescono a passare quasi inosservati nel susseguirsi adrenalinico di avvenimenti che travolge lo spettatore (ormai un marchio di fabbrica del regista, da “Traffic” in poi).
Industrie petrolifere che studiano le strategie migliori per la propria sopravvivenza e non si fanno scrupoli di mettere in gioco vite umane in altre parti del mondo, principi mediorientali riformatori e sotto le mire di un attentato, un procuratore ambizioso e di poche parole che indaga dietro la facciata di un ottimo affare, un veterano della Cia che viene tradito e scaricato durante la sua ultima missione, un consulente economico che continua il suo lavoro e persegue i suoi ideali nonostante una tragedia familiare, ragazzi pachistani che lavorano nelle industrie arabe per pochi soldi e finiscono nella rete di una scuola islamica.
E tutto questo, i grandi temi della politica e dell’economia internazionale di oggi, si mescola con il grande tema della vita di ogni uomo, la morte. Bambini che giocano, emiri bramosi di potere, giovani immigrati senza speranze intrappolati nella spirale del terrorismo religioso, spie internazionali convinte di operare per il bene del proprio Paese: nessuno può sfuggirle.
Nel proprio feroce perseguimento dell aricchezza e del potere, ogni protagonista risulta tragicamente incapace di capire fino in fondo la vera portata e il ruolo esplosivo (a volte, nel senso letterale del termine) che la propria esistenza avrà in questo gioco terribile e complicato e forse sul mondo intero.

Syriana“, Stephen Gaghan.

di Baffo

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Ormai mi sto convincendo che il cinema sudamericano possa essere la salvezza. Mi ritrovo ad essermi emozionato per un film argentino: Tutto il bene del mondo (Un mundo meno peor) di Alejandro Agresti, al suo quarto lungometraggio.

La storia è quella di Isabel, madre di due figlie che appena guarita da una grave malattia si avventura in un lungo viaggio da Buenos Aires a Mar De Ajo dove vive Cholo, il suo primo grande amore padre di Sonia, la più grande delle due ragazze.
Non sarà facile far accettare il ritorno all’uomo, che aveva trovato un difficile equilibrio a suo dire grazie alla rinuncia degli ideali giovanili. Lo aiutaranno soprattutto Miguel (spasimante di Sonia) e una dolcissima lettera della figlia.

Il film non gira mai a vuoto, intorno alla storia principale roteano piccole-grandi storie d’amore mai banali (e non è certo facile…) e personaggi straordinariamente dolci, primo tra tutti proprio Miguel, maestro di musica invaghito della bionda Sonia.

Ma non stiamo parlando solo di un film d’amore, continuamente evocata nei dialoghi c’è la controversa storia argentina, in particolare le restrizioni delle dittature militari (causa della separazione dei militanti Cholo e Isabel) e la guerra delle Falklands. Si chiede ai protagonisti di reagire al blocco nel quale si trova il paese non guardando solo dentro il loro orticello, ma senza strafare perchè lo stesso regista ci dice che “La storia ci insegna che molti grandi disastri sono stati fatti in nome di un mondo migliore. Chi cercava di migliorare il mondo ha causato invece grande sofferenza.”

E allora la morale è nella frase di Miguel (che è anche il titolo originale del film, tanto per cambiare pessimamente tradotto), che per far reagire Cholo gli consiglia di aspirare ad un mondo meno peggiore.

di Dario De Seppo
Munich

I criteri con cui definisco Munich un bel film saranno forse dettati più dalla passione che dalla ragione, ma d’altronde non si può negare che l’obiettivo del cinema (come del teatro, e della musica) è quello di emozionare, di coinvolgere. Credo che Spielberg ci sia riuscito, almeno per quanto mi riguarda. Oltretutto Munich mi ha dato da pensare, mi ha instillato su questa complessa e delicata questione dubbi ancora più forti di quanti già non ne avessi.

La trama è incentrata non sul rapimento e sull’uccisione degli atleti israeliani a Monaco da parte dei terroristi arabi, ma sulla vendetta d’Israele che ne è seguita, vissuta in prima persona dall’uomo scelto a condurla.

Sarebbe stato facile per un americano ebreo come Spielberg dividere il mondo in buoni e cattivi. (Ricordiamo che il cinema americano è da sempre improntato su questa dicotomia: John Wain- indiani; poliziotti-gangsters; uomo assetato di vendetta – tutti gli altri; soldati americani – vietnamiti…e così via). In questo modo avrebbe presentato i terroristi arabi come macchine assetate di sangue, e su di loro avrebbe fatto calare la “giustiziaâ€? israeliana. Ma, attenzione, sarebbe stato anche semplice per un regista filo-palestinese presentare i terroristi come eroi e giustificarne le azioni. Ci troviamo invece in un una posizione di mezzo, che in mezzo è solo di media, visto che oscilla da una parte e dall’altra lungo tutto il film.

L’impostazione della narrazione viaggia per mano all’evoluzione del protagonista, partendo quindi dal rapimento degli ostaggi, dalla presentazione delle efferatezze compiute dai terroristi palestinesi, a volto coperto: macchine senza volto, appunto, non uomini. La condanna dell’evento è totale. Ma più in là, la posizione risulterà sempre più sfumata, per finire quasi rovesciata.

La costruzione della vicenda di Monaco, spezzata in varie parti che riemergono in flash-back dalla mente del protagonista, porta mano a mano a rendere i palestinesi sempre meno assassini e sempre più persone, impaurite, non del tutto convinte di quello che fanno, e al contrario gli Israeliani, nell’ultima scena su Monaco, all’aeroporto, con percorso inverso, si trovano ad essere loro macchine da guerra, a loro volta senza volto.

E’ questo l’andamento del plot e l’evoluzione del personaggio. Inizialmente Il protagonista è convinto che sia giusto uccidere gli architetti dell’attentato, ma la sua ricerca lo porta ad avere con loro dei rapporti umani, a parlare con persone che lui sa che dovrà uccidere. Si trova davanti, appunto, delle persone, degli uomini: un anziano traduttore che fa la spesa, un gentile vicino di stanza d’albergo che gli offre delle pastiglie contro l’insonnia, un padre di famiglia…

La scena più delicata, forse, è il momento in cui terroristi palestinesi e vendicatori israeliani si trovano a dover convivere forzatamente, dormendo in una stanza, metafora della difficile convivenza, ma possibile, però, finchè si mantiene il dialogo tra i due capi dei gruppi (l’arabo non sa che l’altro è un ebreo) che espongono le proprie ragioni. Probabilmente la scena poteva essere spunto per riflessioni più profonde, ma di certo avrebbe distolto l’attenzione dall’azione, e sarebbe risultata forse troppo scontata. Buona quindi l’idea del muto litigio sulla scelta della stazione radio da ascoltare. Il dialogo si polverizza in una sparatoria, poco dopo, in cui l’arabo muore. E’ evidente che la violenza non è la via della risoluzione.

I dubbi si addensano nella mente del protagonista e in quella dei suoi compagni, gruppo eterogeneo, formato anche in questo caso da uomini, con idee e ripensamenti.

Fondamentalmente Munich è un film di spionaggio. Ma il fatto che sia una vicenda realmente accaduta rende tutto molto più complicato per lo spettatore. Ogni omicidio, ogni attentato, ogni esplosione ci scuote, nonostante la storia del cinema sia zeppa di morti violente, sangue e ogni genere di efferatezze. Perché Spielberg è abile nel ricordarci continuamente che si tratta di orribili verità, soprattutto nell’esitazione nervosa che accompagna l’uccisione dei primi obiettivi. Ancora una volta emerge l’umanità tangibile dei personaggi, degli uccisi e degli uccisori, i cui ruoli si confondono fino a non capire più chi ha iniziato. A mano a mano i protagonisti si abituano al “lavoro� rischiando di diventare i personaggi di un qualsiasi film americano improntato sulla vendetta. Uno di loro in effetti lo è dall’inizio, e per ironia della sorte sarà l’unico dei quattro compagni di Avner a non soccombere.

Ma nel lungo finale il protagonista si rende conto di essersi abbassato alla logica di “occhio per occhio�, che peggiora solo le cose, vendetta chiama vendetta, sangue chiama sangue. Così è difficile per lui essere trattato come un eroe, mentre inizia a pensare di essere solo un volgare assassino.

Ho apprezzato anche molto la fotografia, e l’abilità di costruire scene ad alta tensione, come quella della bomba nel telefono, con sapiente montaggio hitchkockiano. Del resto di un film di spionaggio, ripeto, si tratta.

Non mancano certo momenti imbarazzanti, pericolosi, ma in generale sono uscito dal cinema soddisfatto dall’insoddisfazione di non avere avuto risposte.

DdS

di Baffo

Mi è parso d’obbligo aprire l’avventura di questo blog parlando del film che gli ha dato il titolo. Ammetto che non è facile giustificare il collegamento tra il film e l’esperimento di un blog collettivo se non estraendo dal film il tema della libertà e citando una delle battute fondamentali del film: “Una libertà che elimina una vita non è una libertà, ma una vita che elimina la libertà non è vita”. Tirandola fuori dal contesto del film rappresenta in pieno la filosofia e la “linea editoriale” che cercheremo di dare a questo blog. Liberta di espressione e informazione, che tendono a mancare denotando una situazione clamorosamente grave.

Ma torniamo al film che è la ragione del post, “Mare dentro” di Alejandro Amenàbar è delicato e poetico film sul tema dell’eutanasia (non per fare l’acido,ma niente a che vedere con l’ultima striminzita e bruttina parte di “The million dollar baby”). Amenàbar, dopo i thriller Thesis (inedito in Italia), Apri gli occhi e The Others, ci stupisce con un film di grande sensibilità che racconta con attraverso i profumi, i colori e i suoni della vita la storia del tetraplegico Ramón Sampedro. Nell’affrontare il tema difficile dell’eutanasia il regista non va mai sopra le righe e soprattutto specifica in ogni occasione che qui si racconta la storia di questo tetraplegico, senza nessuna pretesa di giudicare chi invece ha scelto di vivere. Regia stupenda,musiche perfette,toni drammatici al punto giusto, finale delicatissimo e protagonista (Javier Bardem) da oscar.

Mare dentro! Mare dentro!
senza peso nel fondo
dove si avvera il sogno
due volonta fanno vero un desiderio nell’incontro
il tuo sguardo il mio sguardo
come un eco che ripete senza parole
più dentro! più dentro!
fino aldilà del tutto
attraverso il sangue e il midollo
però sempre mi sveglio e sempre voglio essere morto
per restare con la mia bocca
sempre preso nella rete dei tuoi capelli