Le opinioni


di Fede*

Libro nero delle Olimpiadi

1)Lo sapevate cosa viene risposto ad un comitato formato da cittadini di Torino che fa una richiesta di accesso agli atti al Comitato Organizzatore di un evento di rilevanza mondiale, al Comune, alla Provincia e alla Regione?

2)Lo sapevate che in un’importante città del Nord Italia ora ci sono 57000 posti di lavoro a tempo indeterminato in più?

3)Lo sapevate chi ha pronunciato questa frase: “Il nostro obiettivo è di avere per ogni gara il 50% degli spalti occupati“?

4)Lo sapevate chi ha inventato la staffetta della fiaccola che inaugura un gigantesco evento sportivo?

5)Lo sapevate che l’Unione Europea ha aperto un’inchiesta per violazione della normativa comunitaria contro le agenzie organizzatrici di questo stesso evento?

6)Lo sapete come si chiama un ente di diritto privato, internazionalmente noto, composto da 118 membri cooptati dal suo presidente e scelti fra le più alte gerarchie militari e finanziarie della Svizzera e del mondo? E lo sapevate che un ex sindaco della città (e loro dipendente) lo ritiene il proprio giudice naturale?

7)Lo sapevate che si può essere controllato e controllore contemporaneamente?

8)Lo sapevate che la parola Olimpiadi è coperta da copyright e la possono usare solo gli sponsor?

Sapevatelo, su Nolimpiadi Channel!

E soprattutto: ecco tutte le risposte.

1)Il Comune rimpalla al Comitato Organizzatore (di cui, tra l’altro, il sindaco è presidente). La Provincia afferma di non esserne in possesso e rimanda al Toroc, che afferma che la documentazione non è cosultabile. La Regione afferma di non trovare i documenti nei propri archivi. Il Comitato Organizzatore dei Giochi rifiuta di mostrare gli atti, non essendo (a suo dire) un ente pubblico. Peccato che gran parte dei soldi che amministra pubblici lo siano eccome.
Dimenticavo, i documenti in questione sono gli studi e le analisi in base ai quali si è deciso che tenere le Olimpiadi 2006 a Torino sarebbe stato conveniente e i benefici sarebbero stati superiori ai costi. Della loro esistenza si è certi dal momento che è stato affermato dalla Presidente Bresso di fronte all’allora ministro Turco.

2)No. I posti di lavoro, semplicemente, non ci sono.

3)Valentino Castellani, presidente del Toroc. E allora come mai gli impianti sono stati costruiti grandi il doppio?

4)Carl Diem, in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936. Al potere c’era un certo Adolf Hitler.

5)L’Ue ha aperto un’inchiesta contro il Toroc e l’Agenzia Torino2006 per aver assegnato incarichi tramite trattative private: le leggi impediscono queste procedure per gli enti pubblici e impongono regolari concorsi e appalti.

6)E’ il CIO. L’individuo con una particolare concezione della giustizia è Valentino Castellani.

7)Mario Pescante è davvero il tuttofare di queste Olimpiadi, dal momento che ricopre contemporaneamente i ruoli di membro del CIO, membro del Toroc, viceministro e supervisore del Toroc. A tempo perso, si fa pagare profumatamente consulenze… dal Toroc, naturalmente!

8)Non si può utilizzare pubblicamente la parola Olimpiadi a rischio di salatissime multe, a meno che non si sia McDonald’s, o la CocaCola, o General Electric. Tutte piccole aziende tipicamente locali le cui credenziali sono state scrupolosamente controllate in modo da essere sicuri che, per esempio, non producano e vendano armi a Paesi in guerra, o non violino i diritti umani dei lavoratori. Per esempio.

Tutto questo e molto di più nel “Libro nero delle Olimpiadi”, di Stefano Bertone e Luca Degiorgis, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Menzione d’onore anche a L’interezza non è il mio forte, gruppo teatrale scombinato, colorato, chiassoso e tagliente, che nello spettacolo “Extraordiner compagni” prende spunto da questi ergomenti per una riflessione poco ortodossa sull’evento olimpico.
La conferenza di presentazione del libro, che si è tenuta ieri sera alla Scuola per l’alternativa, è disponibile a questo indirizzo.

Buone Olimpiadi a tutti!

di Baffo

Boicottaggio

Bene, devo per forza scrivere qualcosa sulla vicenda delle vignette, mi pare così assurda!

Leggo opinioni e opinioni e opinioni sulla vicenda, cerco di capirci di più e vedo che il giornale di estrema destra danese Jylland-Posten colto da un moto di incredulità nota che a nessuno (per motivi che solo ad un militante di estrema destra possono sfuggire) è mai venuto in mente di pubblicare delle vignete satiriche aventi per soggetto l’Islam e in particolare Maometto, per provocazione e/o per ignoranza indicono addirittura un concorso per trovare dei vignettisti disposti a farlo. Ora, il concorso non dev’essere andato un gran che bene visto che le vignette non si limitano ad essere offensive, ma sono anche (salvo fore un paio di esse) di pessima qualità.

In estrema sintesi,la pubblicazione delle vignette ha ovviamente profondamente offeso le popolazioni islamiche (prive di umorismo? già abbastanza tartassate dallo stupido e petrolifero razzismo occidentele?) che hanno inizialmente reagito nel migliore dei modi possibili, boicottando tutti i prodotti danesi di cui erano grandi esportatori.

La Danimarca subisce forti perdite, la notizia si diffonde, tutti i giornali europei (con estrema sagacia) invece di limitarsi a riportare i fatti, pubblicano le vignette in nome di una non ben definita libertà di opinione ed espressione. Le frange islamiche più estremiste (e non mi si dica che non esistano) codificano il gesto come un “L’europa ci odia e dissacra la nostra religione” e iniziano ad andare ben oltre il boicottaggio economico, ed ecco che scoppia la guerra diplomatica e la violenza e i roghi e una serie di altre cose facilmente evitabili. Ovviamente i tg ci sguazzano prendendo i pochi coinvolti a campione dell’intero popolo e ci mostrano bandiere bruciate e ambasciate assalite.
Quello che penso è che la liberta di espressione, di satira e di stampa è e deve essere sacra, quindi il giornaletto danese aveva tutto il diritto di pubblicare le vignette, e a chi dice che la satira deve venire dal basso verso l’alto rispondo che beh, un gruppetto di estrema destra mi sembrano tutt’altro che in alto.
Penso che comunque le vignette siano di pessimo gusto e di pessima qualità e che forse c’era un motivo se nessuno aveva mai fatto una cosa del genere.
Penso che il boicottaggio economico fosse la più saggia e la più progressista delle scelte che si potesse fare e riconosco grande onore a chi l’ha pensato e a chi è riuscito ad applicarlo.
Penso infine che bisognerebbe iniziare a gettare un po’ di acqua sul fuoco perchè temo che davvero si possa pensare che tutti gli europei hanno grande simpatia verso chi ha creato e pubblicato le vignette, non giustifico nessun atto di violenza su base religiosa, ma posso capire chi li compie, posso capire che ricevano cattiva informazione e non vi è dubbio alcuno che questa cattiva informazione venga da noi.

In ogni caso è molto stupido che la vicenda si trasformi in una guerra Europa-Islam dal momento che è solo una guerra tra pochissimi stupidi ignoranti pecorecci estremisti di destra e stupidi ignoranti mal informati estremisti islamici.

di Dario De Seppo
Munich

I criteri con cui definisco Munich un bel film saranno forse dettati più dalla passione che dalla ragione, ma d’altronde non si può negare che l’obiettivo del cinema (come del teatro, e della musica) è quello di emozionare, di coinvolgere. Credo che Spielberg ci sia riuscito, almeno per quanto mi riguarda. Oltretutto Munich mi ha dato da pensare, mi ha instillato su questa complessa e delicata questione dubbi ancora più forti di quanti già non ne avessi.

La trama è incentrata non sul rapimento e sull’uccisione degli atleti israeliani a Monaco da parte dei terroristi arabi, ma sulla vendetta d’Israele che ne è seguita, vissuta in prima persona dall’uomo scelto a condurla.

Sarebbe stato facile per un americano ebreo come Spielberg dividere il mondo in buoni e cattivi. (Ricordiamo che il cinema americano è da sempre improntato su questa dicotomia: John Wain- indiani; poliziotti-gangsters; uomo assetato di vendetta – tutti gli altri; soldati americani – vietnamiti…e così via). In questo modo avrebbe presentato i terroristi arabi come macchine assetate di sangue, e su di loro avrebbe fatto calare la “giustiziaâ€? israeliana. Ma, attenzione, sarebbe stato anche semplice per un regista filo-palestinese presentare i terroristi come eroi e giustificarne le azioni. Ci troviamo invece in un una posizione di mezzo, che in mezzo è solo di media, visto che oscilla da una parte e dall’altra lungo tutto il film.

L’impostazione della narrazione viaggia per mano all’evoluzione del protagonista, partendo quindi dal rapimento degli ostaggi, dalla presentazione delle efferatezze compiute dai terroristi palestinesi, a volto coperto: macchine senza volto, appunto, non uomini. La condanna dell’evento è totale. Ma più in là, la posizione risulterà sempre più sfumata, per finire quasi rovesciata.

La costruzione della vicenda di Monaco, spezzata in varie parti che riemergono in flash-back dalla mente del protagonista, porta mano a mano a rendere i palestinesi sempre meno assassini e sempre più persone, impaurite, non del tutto convinte di quello che fanno, e al contrario gli Israeliani, nell’ultima scena su Monaco, all’aeroporto, con percorso inverso, si trovano ad essere loro macchine da guerra, a loro volta senza volto.

E’ questo l’andamento del plot e l’evoluzione del personaggio. Inizialmente Il protagonista è convinto che sia giusto uccidere gli architetti dell’attentato, ma la sua ricerca lo porta ad avere con loro dei rapporti umani, a parlare con persone che lui sa che dovrà uccidere. Si trova davanti, appunto, delle persone, degli uomini: un anziano traduttore che fa la spesa, un gentile vicino di stanza d’albergo che gli offre delle pastiglie contro l’insonnia, un padre di famiglia…

La scena più delicata, forse, è il momento in cui terroristi palestinesi e vendicatori israeliani si trovano a dover convivere forzatamente, dormendo in una stanza, metafora della difficile convivenza, ma possibile, però, finchè si mantiene il dialogo tra i due capi dei gruppi (l’arabo non sa che l’altro è un ebreo) che espongono le proprie ragioni. Probabilmente la scena poteva essere spunto per riflessioni più profonde, ma di certo avrebbe distolto l’attenzione dall’azione, e sarebbe risultata forse troppo scontata. Buona quindi l’idea del muto litigio sulla scelta della stazione radio da ascoltare. Il dialogo si polverizza in una sparatoria, poco dopo, in cui l’arabo muore. E’ evidente che la violenza non è la via della risoluzione.

I dubbi si addensano nella mente del protagonista e in quella dei suoi compagni, gruppo eterogeneo, formato anche in questo caso da uomini, con idee e ripensamenti.

Fondamentalmente Munich è un film di spionaggio. Ma il fatto che sia una vicenda realmente accaduta rende tutto molto più complicato per lo spettatore. Ogni omicidio, ogni attentato, ogni esplosione ci scuote, nonostante la storia del cinema sia zeppa di morti violente, sangue e ogni genere di efferatezze. Perché Spielberg è abile nel ricordarci continuamente che si tratta di orribili verità, soprattutto nell’esitazione nervosa che accompagna l’uccisione dei primi obiettivi. Ancora una volta emerge l’umanità tangibile dei personaggi, degli uccisi e degli uccisori, i cui ruoli si confondono fino a non capire più chi ha iniziato. A mano a mano i protagonisti si abituano al “lavoro� rischiando di diventare i personaggi di un qualsiasi film americano improntato sulla vendetta. Uno di loro in effetti lo è dall’inizio, e per ironia della sorte sarà l’unico dei quattro compagni di Avner a non soccombere.

Ma nel lungo finale il protagonista si rende conto di essersi abbassato alla logica di “occhio per occhio�, che peggiora solo le cose, vendetta chiama vendetta, sangue chiama sangue. Così è difficile per lui essere trattato come un eroe, mentre inizia a pensare di essere solo un volgare assassino.

Ho apprezzato anche molto la fotografia, e l’abilità di costruire scene ad alta tensione, come quella della bomba nel telefono, con sapiente montaggio hitchkockiano. Del resto di un film di spionaggio, ripeto, si tratta.

Non mancano certo momenti imbarazzanti, pericolosi, ma in generale sono uscito dal cinema soddisfatto dall’insoddisfazione di non avere avuto risposte.

DdS